NodeBB v4.15.0 — QoL and security updates, plus a few new features
Toyohiro Akiyama, the first Japanese citizen to go to space, has died at 84. https://www.japantimes.co.jp/news/2026/09/01/japan/toyohiro-akiyama-obituary/?utm_medium=Social&utm_source=mastodon #japan #toyohiroakiyama #nationalspacedevelopmentagencyofjapan #tokyobroadcastingsystem #nasa #obituary
Article starts out, literally kicks off the opening sentence with, “We’ve all used AI to help us write code” and brudda, let me stop you right the hell there. No, we all have not. Some of us are still resolutely hewing code out of text editors and actual human thinking, and it’s still usually better than whatever your steroidal autocomplete extruded for you.
Between USPS and the Roberts Six, the attempted coup is already underway, right before our eyes. https://www.nytimes.com/2026/09/01/us/politics/whistle-blower-voting-by-mail.html?unlocked_article_code=1.91A.SRwa.dFhzsjceIlJW&smid=url-share
Wait. Florida?
my views on AI are extremely nuanced. i have a detailed and deliberated list of specific things that need to happen to these people
@1password is funding known racist and all around asshole #DHH's insecure #Linux distro #Omarchy? WTF is this about? I've been a #1Password customer for many years but it's not possible to recommend after this. How about you claw this money back right now and never touch any of his projects again with a ten foot pole? 😡
https://www.alilleybrinker.com/blog/1password-funds-ethnic-cleansing/
Doesn't Linux Mint come with Flatpak/Flathub configured out of the box? @odapoda says she had trouble installing @signalapp, had to use the command line stuff on their website.
L'univers dans une page web https://galaxium.app
Friedrich Merz sagt als Gast einer Podiumsdiskussion der Stiftung Familienunternehmen:
"Mein Appell an Sie: Sie müssen raus. Gehen Sie regelmäßig in die Talkshows. Wenn Sie da sozusagen den Haken dranmachen, überlassen Sie diese Talkshows denen, die gegen uns und gegen Sie arbeiten."
Ja, genau:
GEGEN UNS UND GEGEN SIE.
Merz zeigt sich endlich mal solidarisch - und zwar nicht mit Ärzt*innen, Arbeiter*innen oder Alleinerziehenden - sondern mit Unternehmern und Milliardären.
Jetzt ist es raus.
Assistiamo a un processo sempre più preoccupante in cui l’antifascismo rischia di essere progressivamente ricondotto a una questione di ordine pubblico, rendendo più semplice colpirne collettivi, reti, spazi e infrastrutture. Un processo che deve interrogarci anche in Europa e in Italia, dove gli spazi del conflitto sociale vengono progressivamente compressi attraverso dispositivi securitari, decreti sicurezza, sgomberi e forme sempre più pervasive di controllo.
Reprimere collettivi, reti e infrastrutture politiche non significa soltanto colpire chi dissente: significa restringere materialmente lo spazio nel quale il dissenso può esistere, organizzarsi e diventare azione collettiva.
Per questo la solidarietà ad Autistici/Inventati non riguarda soltanto la comunità hacker.
dissenso può comunicare, organizzarsi e costruire conflitto.
Quella di A/I, peraltro, è una vicenda che mi riguarda da vicino anche come studiosa dell’hacktivismo italiano. Nel mio libro Server ribelli. R-esistenza digitale e hacktivismo nel Fediverso in Italia ho ricostruito la genealogia dell’attivismo digitale italiano e di quelle esperienze che, nel corso degli anni, hanno costruito infrastrutture tecnologiche autonome, facendo della privacy, della libertà di espressione, della condivisione dei saperi e dell’autogestione altrettanti terreni di conflitto politico.
In questa storia, Autistici/Inventati occupa un posto fondamentale.
Il progetto nasce dall’incontro tra diverse esperienze della scena hacker italiana e dalla necessità di costruire server autogestiti capaci di sostenere concretamente le realtà politiche e sociali presenti sui territori. Da quell’esperienza prende forma un’infrastruttura che, nel tempo, ha messo a disposizione hosting, mailing list, caselle di posta e altri servizi indipendenti, costruendo uno spazio materiale di autonomia comunicativa per movimenti, collettivi e soggettività politiche.
Non stiamo parlando, dunque, semplicemente di server.
Stiamo parlando di autonomia e libertà della Rete. Della possibilità di costruire, amministrare e governare collettivamente i propri strumenti di comunicazione, sottraendoli alla sorveglianza, alla profilazione e alle logiche proprietarie delle grandi piattaforme commerciali.
Autistici/Inventati. La r-esistenza digitale non si reprime!
Esprimo la mia piena solidarietà al collettivo Autistici/Inventati, colpito dalla decisione dell’amministrazione statunitense di inserirlo nella lista degli Specially Designated Global Terrorists e di sottoporlo alle conseguenti sanzioni.
Le autorità statunitensi accusano il progetto italiano di aver fornito infrastrutture e servizi digitali utilizzati da realtà riconducibili all’area antagonista e Antifa. Al di là delle specifiche accuse, la posta in gioco è profondamente politica: quando nel mirino finisce un’infrastruttura autonoma di comunicazione attraversata e utilizzata da soggettività conflittuali, non vengono colpite soltanto specifiche condotte. A essere messi sotto attacco sono anche gli spazi, gli strumenti e le condizioni materiali attraverso cui il
dissenso può comunicare, organizzarsi e costruire conflitto.
Quella di A/I, peraltro, è una vicenda che mi riguarda da vicino anche come studiosa dell’hacktivismo italiano. Nel mio libro Server ribelli. R-esistenza digitale e hacktivismo nel Fediverso in Italia ho ricostruito la genealogia dell’attivismo digitale italiano e di quelle esperienze che, nel corso degli anni, hanno costruito infrastrutture tecnologiche autonome, facendo della privacy, della libertà di espressione, della condivisione dei saperi e dell’autogestione altrettanti terreni di conflitto politico.
In questa storia, Autistici/Inventati occupa un posto fondamentale.
Il progetto nasce dall’incontro tra diverse esperienze della scena hacker italiana e dalla necessità di costruire server autogestiti capaci di sostenere concretamente le realtà politiche e sociali presenti sui territori. Da quell’esperienza prende forma un’infrastruttura che, nel tempo, ha messo a disposizione hosting, mailing list, caselle di posta e altri servizi indipendenti, costruendo uno spazio materiale di autonomia comunicativa per movimenti, collettivi e soggettività politiche.
Non stiamo parlando, dunque, semplicemente di server.
Stiamo parlando di autonomia e libertà della Rete. Della possibilità di costruire, amministrare e governare collettivamente i propri strumenti di comunicazione, sottraendoli alla sorveglianza, alla profilazione e alle logiche proprietarie delle grandi piattaforme commerciali.
La storia dell’hacktivismo italiano ci insegna che la tecnologia non è mai soltanto tecnica. Costruire infrastrutture alternative, sviluppare e condividere software libero e open source, utilizzare la crittografia, difendere la privacy, produrre controinformazione e democratizzare l’accesso alle tecnologie sono state — e continuano a essere — pratiche attraverso cui i movimenti costruiscono autonomia, relazioni e capacità di azione.
Ed è proprio qui che questa vicenda assume un significato che va ben oltre Autistici/Inventati: colpire un’infrastruttura significa poter colpire contemporaneamente molte soggettività, intervenendo sulle loro comunicazioni, sulle loro relazioni, sulla loro capacità di organizzarsi, di produrre informazione e di costruire iniziativa politica.
Riguarda chi considera la privacy un diritto, e non un privilegio da riconoscere soltanto a chi non disturba.
Riguarda chi difende crittografia e anonimato come strumenti essenziali di libertà e autodeterminazione.
Riguarda chi rifiuta l’idea che Internet debba essere interamente consegnata alle corporation, alle piattaforme proprietarie e agli apparati di sorveglianza.
Riguarda chi continua a credere nella possibilità — e nella necessità — di costruire spazi digitali indipendenti, decentralizzati e autogestiti.
Nel mio libro ho definito queste esperienze forme di r-esistenza digitale: infrastrutture aperte, partecipate, orizzontali, indipendenti, autogestite e autofinanziate, capaci di diventare strumenti concreti a sostegno dei movimenti sociali e delle loro pratiche.
Non sono semplicemente alternative tecnologiche.
Sono esperimenti politici nel presente.
Sono la dimostrazione concreta che un’altra rete non soltanto è possibile, ma può essere costruita, abitata e praticata: una rete nella quale autonomia, cooperazione, condivisione dei saperi e mutuo supporto non siano principi astratti, ma scelte incorporate nelle infrastrutture che costruiamo e utilizziamo ogni giorno.
Per questo oggi difendere Autistici/Inventati significa difendere qualcosa che va oltre il collettivo stesso: la possibilità di costruire e mantenere infrastrutture autonome attraverso cui comunicare, organizzarsi, condividere saperi, produrre controinformazione e praticare dissenso.
La storia dell’hacktivismo italiano ci insegna che la tecnologia non è mai soltanto tecnica. Costruire infrastrutture alternative, sviluppare e condividere software libero e open source, utilizzare la crittografia, difendere la privacy, produrre controinformazione e democratizzare l’accesso alle tecnologie sono state — e continuano a essere — pratiche attraverso cui i movimenti costruiscono autonomia, relazioni e capacità di azione.
Ed è proprio qui che questa vicenda assume un significato che va ben oltre Autistici/Inventati: colpire un’infrastruttura significa poter colpire contemporaneamente molte soggettività, intervenendo sulle loro comunicazioni, sulle loro relazioni, sulla loro capacità di organizzarsi, di produrre informazione e di costruire iniziativa politica.
C’è una lezione che oggi torna con drammatica attualità: se il controllo tende a centralizzarsi, distribuire le infrastrutture significa distribuire anche la capacità di resistere.
Per questo considero quanto sta accadendo ad Autistici/Inventati un precedente estremamente pericoloso. Ciò che viene messo in discussione non è soltanto l’esistenza di un singolo progetto, ma la legittimità stessa di costruire infrastrutture autonome a disposizione di movimenti e soggettività conflittuali.
E questa vicenda non può essere separata dal contesto politico nel quale avviene.
Assistiamo a un processo sempre più preoccupante in cui l’antifascismo rischia di essere progressivamente ricondotto a una questione di ordine pubblico, rendendo più semplice colpirne collettivi, reti, spazi e infrastrutture. Un processo che deve interrogarci anche in Europa e in Italia, dove gli spazi del conflitto sociale vengono progressivamente compressi attraverso dispositivi securitari, decreti sicurezza, sgomberi e forme sempre più pervasive di controllo.
Reprimere collettivi, reti e infrastrutture politiche non significa soltanto colpire chi dissente: significa restringere materialmente lo spazio nel quale il dissenso può esistere, organizzarsi e diventare azione collettiva.
Per questo la solidarietà ad Autistici/Inventati non riguarda soltanto la comunità hacker.
Riguarda chi considera la privacy un diritto, e non un privilegio da riconoscere soltanto a chi non disturba.
Riguarda chi difende crittografia e anonimato come strumenti essenziali di libertà e autodeterminazione.
Riguarda chi rifiuta l’idea che Internet debba essere interamente consegnata alle corporation, alle piattaforme proprietarie e agli apparati di sorveglianza.
Riguarda chi continua a credere nella possibilità — e nella necessità — di costruire spazi digitali indipendenti, decentralizzati e autogestiti.
Nel mio libro ho definito queste esperienze forme di r-esistenza digitale: infrastrutture aperte, partecipate, orizzontali, indipendenti, autogestite e autofinanziate, capaci di diventare strumenti concreti a sostegno dei movimenti sociali e delle loro pratiche.
Non sono semplicemente alternative tecnologiche.