Mio nonno era un dattilografo professionista a Milano negli anni '70.
Sessanta parole al minuto. Nessun errore. Era una leggenda nell'ufficio.
Poi arrivò il word processor e lui si riciclò come venditore di macchine da scrivere usate, il che, in retrospect, era come aprire una pescheria su Marte.
Ci penso spesso adesso che il mio lavoro di copywriter è stato sostituito da un modello linguistico che costa quattro euro al mese.
Non è la disoccupazione che brucia. È che l'IA ha anche scritto il mio curriculum aggiornato. Meglio del mio.
Mia figlia di dodici anni me l'ha fatto notare durante la cena. Con il tono di chi spiega la gravità ai propri genitori anziani.
Ho trovato conforto in un posto inaspettato: i tessitori luddisti inglesi del 1811, che distrussero i telai meccanici a martellate e poi... vennero tutti arrestati e deportati in Australia.
Quindi forse non quello.
Il punto è che la storia dell'automazione non ha mai avuto un lieto fine ordinato. Ha sempre avuto un periodo nel mezzo dove le persone semplicemente... soffrono.
Almeno adesso lo sappiamo in anticipo.
Non so se questo aiuta. Probabilmente no.
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