Collegamenti #5
Succede anche questo, che io decida di riprendere in mano una rubrichetta lasciata a marcire sei anni fa. Semplicemente perché no. O perché ho trovato cose interessanti sull’internet che vorrei appuntare e mettere da parte.
Le spiattello là, senza tanti preamboli, iniziando con una bella foto di una band che mi permette di collegare questo quinto episodio dei collegamenti al quarto del novembre 2020, che pure si apriva con un’immagine che aveva un tema simile. Loro qua sotto sono i Black Mountain, una band che per un periodo ho tenuto in buona considerazione, ma non abbastanza, e sulla quale mi sono deciso a tornare in questi primi giorni dell’anno (mi sto consumando su In the Future, 2008). La foto è di Magdalena Wosinska.

Proseguo con un bellissimo live bootleg dei Television che ho trovato sul fediverso grazie al bot @livetapes. Il concerto è quello all’Earth Tavern di Portland, OR del 2 luglio 1978 e, per quanto il suono sia grezzo, è bellissimo (ma questo potrei averlo già detto).
Poi c’è questo gioco che hanno fatto lə tipə di Mixcloud, di provare a immaginare e predire i trend musicali del 2026. A parte una eccessiva insistenza sulla nostalgia, dalla quale mi dissocio categoricamente, e il solito ritrito ritorno del rock (che poi significa il ritorno del rock in classifica), ci sono delle cose interessanti, tra le quali la rinascita dei lettori CD, degli iPod e dei lettori mp3, che sto vedendo palesarsi davanti ai miei occhi sul fediverso (per dire), e che sinceramente spero che accada più per la voglia di affrancarsi dagli algoritmi che per la nostalgia di una qualche stupida età dell’oro. La cosa più interessante che viene fuori dall’articolo è però questo dato: la crescita di circa il 25% dei ricavi della musica indipendente nel 2024. Spero davvero stia finendo il periodo di vacche magre.
Cambiando tema e mondo, ci spostiamo nelle Americhe per leggere il comunicato del Partito comunista del Venezuela sulla recente aggressione militare imperialista statunitense che ha portato al rapimento di Maduro e consorte. Due cose semplici vengono fuori dal comunicato: la condanna dell’azione e il rifiuto dell’ingerenza statunitense, da una parte, e la condanna del regime autoritario di Maduro dall’altra. In chiusura, l’appello per una soluzione politica popolare, democratica e autonoma alla crisi. Sono posizioni, queste, che se mettiamo in moto il cervello e una vera solidarietà internazionalista, possiamo produrre anche a queste latitudini, per sgomberare le piazze da chi caccia i venezuelani dalle manifestazioni di solidarietà al Venezuela con parole agghiaccianti degne della peggiore destra (non linko niente, ma si trovano i video online).
Dal Venezuela al fediverso, per sottolineare l’operazione benemerita deə compagnə di Bida, che recentemente hanno annunciato: l’apertura di un’istanza PeerTube, sulla quale si possono caricare video fino a 5 gb e fare dirette streaming; l’attivazione di un’istanza Matrix per la messaggistica istantanea; e l’attivazione di un servizio di hosting gratuito per Mastodon diretto a «collettivi e realtà che vogliono gestire la propria istanza».
The Peace & Truce of Future of the Left, 2016 – Artwork by Michael ByzewskiTorno alla musica e chiudo.
L’anno scorso, sempre sul fediverso, ho preso a postare una sfilza di dischi con l’hashtag #LaMusicaDel2015 (se sei su mastodon.uno non vedrai niente, perché il mio account su Puntarella è bloccato dagli amministratori della tua istanza). L’idea, replicabile ogni anno, è di recuperare e ricordare i grandi album usciti dieci anni prima. È una lotta contro i mulini a vento per spostare il discorso musicale sul contemporaneo; ma è anche, più semplicemente, un modo per recuperare dischi che ci siamo dimenticatə nella furia insensata di correre sempre avanti.
Avendo iniziato in pieno autunno, e siccome sono lento e incostante e c’è un sacco di roba nuova da ascoltare (e di lavoro da fare), l’operazione 2015 ha tracimato nel 2026. Memore della cazzata, quest’anno ho iniziato per tempo per avere tutto l’anno davanti. L’hashtag da usare e da seguire è #LaMusicaDel2016, non ci sono limiti di genere e l’unica regola è di postare dischi che all’epoca erano nuovi (le ristampe sono dunque escluse).
Fine.
#bida #BlackMountain #LaMusicaDel2015 #LaMusicaDel2016 #Maduro #Mixcloud #StatiUniti #Television #ThePeaceTruceOfFutureOfTheLeft #Venezuela
Collegamenti #6
Prosegue la saga degli appunti e dei collegamenti casuali ed eventualmente sconnessi.
Inizio con una bella foto che ritrae Holger Czukay e Damo Suzuki dei Can agli Inner Space Studios a Weilerswist. I Can, una di quelle band che è in grado di innalzare di parecchio sopra il livello della media la musica di quelli che riesce a influenzare.

Dai Can a un’altra band che adoro, i Silver Apples, ovvero Simeon Coxe e Dan Taylor, tra i primi a credere che si potesse mischiare il rock con l’elettronica e tirarne fuori qualcosa di nuovo. Era il 1967-1968, addirittura. Consiglio molto, oltre all’ascolto dei primi due album degli Apples, questo articolino di Randall Roberts che racconta la storia della band e dell’idea che ci sta dietro: prendere dei vecchi oscillatori usati dall’esercito americano durante la Seconda guerra mondiale per disturbare le comunicazioni dei nazisti e farci della musica. Notevole.
Dalla musica sperimentale, eseguo un volo pindarico e atterro nella Tuscia viterbese (la terra che mi ospita), sul suo suolo ammaccato e sulle sue falde acquifere in sofferenza. Mi danno l’opportunità di farlo due articoli apparsi su «Dinamo Press» il mese scorso. Li firma Bengasi Battisti, ex sindaco di Corchiano, che molti di noi conoscono per le lotte in difesa dell’acqua pubblica e per quelle contro le coltivazioni estensive di noccioleti affamate di fitofarmaci che coprono la provincia. I temi affrontati dai due articoli sono le cave dismesse e abbandonate che attendono la bonifica, e l’uso degli erbicidi a base di glifosato. Riguardo a quest’ultimo punto è significativo, sottolinea Battisti, che lo studio scientifico che è stato usato per decenni per sostenere l’innocuità del glifosato sia stato recentemente ritirato perché si è scoperto che era stato manipolato dalla Monsanto, azienda produttrice del famoso erbicida Roundup. Vedi il caso alle volte?
Nei movimenti, qualcosa si muove. Il mese scorso è nata l’Alleanza Antiautoritaria, con l’obiettivo di costruire un fronte comune per arginare l’avanzata degli autoritarismi, per combattere fanatici e simpatizzanti degli uomini forti ovunque si annidino, anche a sinistra, per costruire solidarietà internazionalista con chiunque si trovi a subire il bastone dell’autorità. Io non so cosa richiedano i tempi infami che stiamo vivendo, non amo né i profeti né il profetizzare, ma se l’internazionalismo sta messo malino, e mi pare difficile controbattere a quest’affermazione, allora il dargli una spinta è un obiettivo che condivido profondamente, AA è come l’aria fresca in una notte estiva e diventa un collegamento stabile di questo blog.
Ancora dai movimenti: il Gruppo Anarchico Germinal-Trieste ha buttato giù un’analisi collettiva della questione palestinese intitolata «Calpestiamo tutte le bandiere dal fiume fino al mare». Avrei voluto scriverla io una roba così, ne sentivo la mancanza e dunque ve la rifilo.
Torno alla musica e mi avvio piano piano a chiudere la porta.
Here Be Monsters, 2016 – Artwork by Kim HiorthøyNella puntata precedente ho lanciato l’hashtag #LaMusicaDel2016 per ricordare gli album bellissimi usciti dieci anni fa; accanto a me c’era The Peace and Truce of Future of The Left dei Future of The Left. Saltando di disco in disco, è ora giunto il turno di Here Be Monsters dei Motorpsycho. È un album morbido per lo standard dei Motorpsycho, ma contiene delle melodie fantastiche, dei gran viaggioni psichedelici e una bellissima cover di Spin, Spin, Spin. Ha anche una gran bella copertina, non vi pare? E qui mi sovviene una domanda: il 2016 fu l’anno delle copertine minimali bianche coi disegni neri? Adoro questi collegamenti del caso che probabilmente non significano niente.
Infine, visto che parliamo di copertine, segnalo questo articolo che a sua volta segnala uno studio interessantissimo della storica dell’arte Carissa Kowalski Dougherty intitolato The Coloring of Jazz: Race and Record Cover Design in American Jazz, 1950 to 1970 («Il colore del jazz: razza e design delle copertine dei dischi nel jazz americano, dal 1950 al 1970»). Io vorrei leggere solo cose così. Lo consiglio molto.
Delle copertine analizzate ne prendo in prestito una. Rappresenta Underground, il disco del 1968 di Thelonious Monk, ed è l’immagine della sobrietà 😄 Il design è di John Berg e Dick Mantel e la foto è di Horn e Griner.
Fine.
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